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Elaborazione del lutto

Un cammino che porta alla riorganizzazione
di se' e della propria esistenza su nuove basi.

Di cosa parliamo quando parliamo di lutto? La parola lutto indica il dolore dovuto alla morte di una persona cara (Parkes, 1980) afferma che il dolore del lutto è naturale come gioia dell’amore: la sofferenza determinata dal distacco nasce dall’intensità del legame che sentiamo verso la persona che abbiamo perso.

Il dolore del lutto si differenzia da quello dovuto ad altre perdite per intensità e la definitività della perdita, alla quale non è possibile rimediare (Pangrazzi, 1991); lutto comporta, quindi, la necessità di accettare una perdita. L’accettazione è un processo che, per definizione, implica la tendenza al rifiuto, intendendo con rifiuto il desiderio del soggetto di credere che  la perdita non  si sia verificata (Perdighe, Mancini, 2010).

Il vissuto di lutto non rappresenta, di per sé, un fenomeno patologico e non implica necessariamente il ricorso ad un intervento psicoterapeutico; detto questo, si tratta comunque un processo impegnativo, non facile da vivere, a prescindere dagli eventi che hanno determinato la perdita.

È possibile che la persona che ha subito un lutto rimuova il dolore legato alla perdita, congelando l’elaborazione del lutto, o che compaia una sintomatologia depressiva come una delle complicazioni più frequenti (Pangrazzi, 1991); può, semplicemente, nascere uno stato di sofferenza non inquadrabile in uno specifico quadro diagnostico.

Il processo di elaborazione del lutto viene, solitamente, suddiviso in quattro fasi. Non si tratta di una suddivisione rigida e le caratteristiche di una fase possono, di frequente, ripresentarsi anche nelle fasi successive.

Nella prima fase il soggetto manifesta uno stato di calma apparente determinata dalla negazione della realtà e dalla soppressione delle emozioni; questo stato può avere fine solo quando la persona che ha subito la perdita si sente in una situazione abbastanza sicura da potersi lasciare andare emotivamente (Parkes, 1980).

Nella seconda fase si sperimentano tendenza alla ricerca e, in seguito, rabbia: ricerca fisica dell’oggetto perduto (il soggetto spera che la persona amata e perduta ritorni) e ricerca psicologica (si rimuginano in modo ossessivo gli eventi che hanno condotto al distacco).
Si verifica spesso che si speri di poter ritrovare chi si è perso, agendo come se la perdita non fosse mai avvenuta; si tratta di una dinamica finalizzata a negare la realtà, troppo dolorosa da accettare. Durante questa fase può comparire anche un’ideazione suicidaria determinata dalla fantasia di operare un ricongiungimento con la persona morta (Kast, 1996).
In un secondo momento, quando comincia a farsi strada la consapevolezza dell’inevitabilità del distacco, subentra la collera per l’abbandono subito; la rabbia è fondamentale per la ristrutturazione interna della persona che ha subito la perdita.

La terza fase comporta disorganizzazione: la perdita sottrae, insieme alla persona amata, il legame affettivo cui la persona abbandonata farebbe riferimento in un momento di bisogno. È proprio tale paradosso (per accettare la perdita avrei bisogno del conforto della persona che ho perduto) a provocare lo stato di disorganizzazione, per cui il soggetto si sente svuotato, senza più confini sicuri (Parkes, 1980).

L’ultima fase è caratterizzata da una scarica emotiva catartica, aspetto essenziale di un lutto nella misura in cui diminuisce la possibilità che il soggetto utilizzi manovre difensive. In questo senso, arrivare all’accettazione significa prendere atto di qualcosa che non si può modificare, che non si può far altro che accettare.

Le complicazioni del processo di accettazione nascono soprattutto dal trattare la perdita come una questione ancora aperta, suscettibile di cambiamento; alcuni fattori che  possono ostacolare l’accettazione e, di conseguenza, l’elaborazione del lutto sono (Perdighe, Mancini, 2010):

  1. a) gravità: tanto più la perdita è significativa tanto più compromette la realizzazione di obiettivi esistenziali  fondamentali per l’individuo;
  2. b) mancanza di sostegno sociale; non avere una rete di aiuto significa non avere persone che possano fornire supporto e sostituirsi, almeno parzialmente, alla persona perduta;
    c) indisponibilità degli altri significativi a parlare della perdita;
  3. d) atteggiamenti di censura della manifestazione della sofferenza;
  4. e) aspettative interpersonali e sociali su quelle che dovrebbero essere le reazioni e i comportamenti normali da adottare; un esempio sono gli incitamenti a reagire e a riprendere la vita normale, mettendo in atto una “fuga nell’operosità” (Kast, 1996).

La manifestazione più frequente della tendenza ad eludere la perdita è il pensare in modo continuativo all’accaduto cercando di “trovare una soluzione”; in questo modo si tenta di evitare o posticipare la presa di consapevolezza della non eludibilità della perdita, nell’illusione che esista un’alternativa alla realtà (Perdighe, Mancini, 2010).

È necessario, quindi, aiutare la persona a togliere alla perdita la connotazione di “evento modificabile”, accettando l’irrimediabilità dell’accaduto e percorrendo un cammino che porta alla riorganizzazione di sé e della propria esistenza su nuove basi.

 

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